CSI - Centro Sportivo Italiano - Comitato di Milano

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Rimettersi in gioco dietro le sbarre

«Le attività svolte nelle strutture penitenziarie, non devono caratterizzarsi come la versione dietro le sbarre di qualcosa che esiste al di fuori. Lo sport è di per sé un ambito che consente di non sentirsi diversi, lo è all’esterno e, con un valore aggiunto, lo è all’interno delle carceri».

Luigi Pagano, Provveditore regionale alle carceri e per 16 anni direttore della Casa Circondariale di San Vittore (nella foto, il primo a sinistra nel corso di una conferenza stampa Csi nel 2001), ha così dipinto una delle sfumature dello sport praticato nei penitenziari: la percezione di normalità, valore prezioso per chi si trova recluso. Eppure è complesso provare a spiegare all’opinione pubblica, quanto sia necessario che l’attività fisica venga svolta con progettualità nelle carceri e Pagano, con un passato nel calcio dei professionisti vestendo la maglia della Turris, prova a chiarirne l’importanza su più livelli. «Lo sport in carcere è importante tanto quello praticato fuori, per quel che rappresenta di per sé: benessere psico–fisico, ma anche e forse soprattutto, la possibilità di organizzare una squadra, riconoscere un ruolo agli altri, fidarsi del compagno, rispettare delle regole, condividere successi e insuccessi, faticare per uno scopo, ma anche godere del semplice giocare, vivendo anche sano agonismo perché no, e una partecipazione».

Forte di questo il Provveditore si è fatto promotore delle attività sportive nelle carceri, soprattutto nei suoi anni da direttore a San Vittore, dove trovò la collaborazione di Candido Cannavò, compianto ex direttore di La Gazzetta dello Sport, che nel carcere milanese aveva ricavato un piccolo ufficio dove si chiudeva a lavorare, scrivendo di quel luogo, delle persone che incontrava e conosceva, per le quali si è sempre speso organizzando eventi sportivi, tornei, incontri con i campioni e manifestazioni di rilievo. «Un amico che manca molto – dice sorridendo Pagano – Era un cronista di razza innamorato delle attività con i detenuti, un uomo che qui ha consumato le scarpe a furia di camminare per i corridoi, che ha annusato e vissuto San Vittore, restandoci anche sino a notte fonda per scrivere, rimproverando tanto i detenuti quanto i magistrati». In quegli anni partì a San Vittore il primo progetto “Sport e Carcere” targato Csi Milano, voluto dal presidente provinciale Massimo Achini e dal compianto Gianni Spiriti.

Quell’idea, oggi, è diventata la straordinaria consuetudine di un campionato di calcio provinciale nel quale militano, accanto a centinaia di società milanesi, anche San Victory Boys, squadra di San Vittore, e Alba, squadra del carcere di Monza, entrambe vincitrici di diversi campionati provinciali.

Normalità, dunque, e molto altro: «Questi campionati consentono di portare un pezzo di società all’interno di questo quartiere di Milano, come lo definiva Umberto Gay – prosegue Pagano –. Ciò significa che i detenuti hanno la possibilità di ricreare contatti sociali importanti, ancor più validi nella misura in cui i giovani che entrano a giocare, non si risparmiano, non tirano indietro la gamba, ma lottano fino in fondo per vincere. In caso contrario si abbassa il valore umano dell’esperienza e si mortifica l’avversario». Una riflessione questa che suona come un monito per gli oltre 600 atleti delle società milanesi che hanno preso parte al progetto “Sport e Carcere” Csi nella stagione in corso. Per quantificare l’attività sportiva nelle carceri lombarde, si può fare riferimento ad un’indagine svolta dal Partito Democratico in Regione Lombardia, su spinta di Fabio Pizzul (consigliere regionale del PD e membro della Commissione Speciale sulle Carceri). L’indagine condotta da Marco Chiappa, Alberto Crescentini e Antonella Tauro in 13 istituti aderenti su 18 carceri totali presenti in regione, mostrava come nel 2014 a fronte di un aumento dell’attività praticata, non variasse la qualità degli spazi e delle attrezzature a disposizione, insufficienti e non adeguate, e come, anche al netto di un sovraffollamento che comunque è realtà, non ci sarebbe spazio per consentire la pratica sportiva di tutti i detenuti.

Nella premessa i curatori scrivono: «Lo sport rappresenta un’opportunità di sperimentarsi in ruoli differenti e di riconsiderare la necessità dell’impegno. Le ricerche mostrano come vi sia un effetto sul benessere generale legato alla pratica sportiva e come la presenza di attività riduca la recidiva».

Ecco il valore aggiunto che citava Pagano: laddove lo sport nella società ha una funzione educativa, nel carcere si scopre rieducativo, in grado di spogliare un detenuto dalla visione che lo lega come persona solamente al suo reato, e ri–vestendolo nuovamente di caratteristiche e capacità che riscopre attraverso l’attività. «Facciamo un esempio – spiega Pagano – un ladro non deve essere visto in toto come un ladro, ma come una persona dai mille aspetti, che tra le tante cose, bagliando, ha rubato».

Perché non pensare che proprio lo sport possa diventare un viatico per il reinserimento in società?

«Abbiamo ragionato sullo sport come possibile via al reinserimento – spiega Pizzul– ad esempio ad Opera hanno sperimentato corsi per ottenere il patentino da istruttori sportivi, da spendere poi come competenza maturata; ma il tema del reinserimento è estremamente delicato e se lo sport può dire qualcosa, purtroppo non può essere elemento centrale, ma solo un complemento importante laddove esistono prima di tutto le necessità primarie di base, un lavoro, una casa».

Reinserimento. A sentire questa parola il Provveditore, Luigi Pagano, mette sul tavolo un po’ di amarezza, frutto forse dell’odierno contesto sociale dove molti reati sono figli della miseria, o forse frutto dell’esperienza maturata sin dagli anni ‘80, e sviscera un paradosso sul rientro nella società. «Non dò colpe né giudico, le mie sono solo constatazioni, ma va detto che all’interno delle carceri oggi ci sono numerosi servizi di sostegno al detenuto, attività che sviluppano relazioni umane, che fanno emergere e valorizzano qualità positive nei singoli, come può essere lo sport per qualcuno, che fanno vivere esperienze intense. Ciò crea un’identità, una sorta di sicurezza che paradossalmente fuori di qui per molti non c’è. Escono e non si sentono nessuno. È chiaramente un problema sociale».

Ma in questo contesto di attività sportive rilevanti all’interno delle carceri, come si collocano le donne? Maluccio, e lo stesso Pagano ammette che dal punto di vista sportivo « sono probabilmente trascurate», ma ci sarebbe una ragione.

La popolazione femminile detenuta in Lombardia è una piccolissima percentuale.Stando ai dati pubblicati il 30 aprile 2017 dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, degli 8.084 detenuti reclusi, solo 420 sono donne e tra loro 12 sono madri con figli a seguito. In questo quadro regionale, Fabio Pizzul spiega: «Si tratta di detenute per lo più giovanissime e in molti casi con problemi importanti di tossicodipendenze. E’ vero, in effetti c’è meno attività organizzata per loro, ma perché è molto complesso riuscire a trovare la giusta modalità per  organizzarla”.

Va detto che la fisicità di un uomo è spesso predominante, e va da sé che attività quali il calcio o il rugby, siano molto praticati nelle carceri: «Tutta l’energia che sfogo nelle partite, tirando calci al pallone, correndo per il campo, è tutta energia che accumulo e che ho assoluto bisogno di sfogare». Così ha raccontato un detenuto del carcere di Monza, ed è facile capire come la possibilità di incanalare in modo positivo la propria energia fisica nello sport, possa essere estremamente funzionale per evitare che questa si scarichi in insofferenza e violenza, soprattutto in contesti di sovraffollamento, concorrendo così a portare benefici anche nei rapporti interni tra detenuti.

E’ dunque fondamentale trovare il modo di finanziare progetti sportivi nelle carceri, sino ad oggi sostenuti da fondazioni, privati, o Enti di promozione sportiva. Il Csi Milano s è appena preso carico di riqualificare un passeggio nel carcere di Monza, per consentire un’attività all’aperto, sia di basket che di pallavolo.

Fondazione Cannavò ha messo la propria firma sulla riqualificazione di diversi spazi per lo sport, a San Vittore e ad Opera ad esempio. C’è poi la Regione, che sostiene attraverso l’apertura di bandi, alcuni progetti sociali legati alle strutture detentive. Fabio Pizzul, dal 2012, ha deciso di dare il via ad una strada parallela che soddisfi il bisogno di far capire con intelligenza l’importanza del sostegno allo sport nei penitenziari: «Da cinque anni organizziamo la settimana dello sport in carcere che aggrega diverse realtà e che per questo nel 2017 è prevista a settembre – ha concluso il consigliere –. Andremo a ragionare di contributi possibili, di formazione e di valorizzazione di tutti coloro che promuovono lo sport in carcere, non solo per i detenuti ma anche, non dimentichiamolo, per gli agenti. Coinvolgeremo tutti questi soggetti affinché non sia una manifestazione calata dall’alto, dall’esterno, ma qualcosa che renda loro i veri protagonisti dall’interno».

Giorgia Magni

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