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Un pallone aiuta a riscoprire la vita

Nasce la squadra "El me indiriss Ortles69"


 

«El me’ indiriss de dûe sün nassü / mi me le ricordavi gnanca pû». Inizia così la commovente canzone di Enzo Jannacci, cantautore, a cui è stata intitolata la casa di accoglienza milanese per i senza dimora di viale Ortles 69.

«L’indirizzo di dove son nato, non me lo ricordo nemmeno più». Così attacca il brano, e da qui prende il nome la squadra di calcio nata tra le mura della casa di accoglienza Enzo Jannacci, che dal mese di aprile militerà nel torneo primaverile del Csi Milano con 18 atleti senza dimora allenati da mister Rocco Romano. Ancora una volta, lo sport si fonde con l’impegno sociale originando un percorso di integrazione.

«L’idea è nata nel corso dei colloqui di prima accoglienza, quando il servizio socio educativo riscontrava che molti assistiti avevano svolto nel paese di origine attività sportive a livello semi agonistico, soprattutto in ambito calcistico – ha spiegato Massimo Gottardi, Direttore della casa di accoglienza e dirigente della formazione –. È così emerso il desiderio di poter riprendere l’attività sportiva e di far parte nuovamente di una squadra. Abbiamo quindi colto questo bisogno espresso dagli ospiti immaginando la possibilità di costituirne una. Ci siamo mossi sul territorio e abbiamo individuato un oratorio che ci ospita per gli allenamenti e le partite».

Ed è proprio tra le società di base del Csi Milano che la formazione de “El me indiriss Ortles69” (nella foto in alto) ha trovato ospitalità, nello specifico tra le mura dell’oratorio San Luigi Gonzaga, nell’abbraccio della Fortes in Fide.

Da parte di chi ogni giorno affronta l’emergenza dei senza dimora e dei migranti, è nata dunque una proposta di integrazione che vede ancora una volta lo sport al centro e, ancora una volta, è nel piccolo delle società sportive di oratorio che è giunta la risposta più concreta alle necessità degli ultimi, in questo caso giovani uomini provenienti da Afghanistan, Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gambia, Mali, Marocco, Nigeria, Senegal e Togo, tutti in fuga da guerre e morte, disposti a vivere di nulla pur di… vivere.

Che la loro rinascita possa davvero passare da un goal?

Forse è un sogno, ma di sicuro l’idea della casa di accoglienza si pone degli obbiettivi ben chiari: «Le finalità educative del progetto sono molteplici e vanno dal senso di appartenenza al gruppo, ad azioni che possano facilitare forme di inclusione e di socializzazione tra gli ospiti stessi, con i cittadini e con le realtà del territorio».

Chiaro, non fraintendibile: si fa una squadra, si gioca su un campo, si conoscono altri ragazzi, si partecipa ad un aspetto della vita comunitaria aggregante e gioioso come lo sport, e ci si augura che questo porti serenità e buona integrazione.

E di esempi di buona integrazione se ne ha bisogno davvero, forse mai come prima nel nostro paese, e proprio in questo senso si muovono il Direttore Gottardi con l’educatrice professionale e Presidentessa della squadra, Sandra Di Quinzio, la vice Presidente Loredana Colombo, assistente sociale Casa Jannacci, mister Rocco Romano del personale amministrativo, Carmine Mastrogiacomo, anche lui dipendente della struttura oltre che segretario della società “El me indiriss Ortles69”, Ismail Bayrak vice allenatore e ospite della casa ed Emad Houshy El Sayed, magazziniere della squadra e anche lui ospite della struttura di accoglienza, che offre da anni servizi di comunità a uomini e donne senza dimora di qualsiasi nazionalità.

Al civico 69 di viale Ortles, si trovano spazi docce, mensa, infermeria, 475 posti letto, deposito bagagli, biblioteca, oltre ad assistenti sociali ed educatori che lavorano quotidianamente per consentire progetti di autonomia sciale, abitativa e lavorativa.

Chissà cosa penserà Jannacci, milanista doc, che ora potrà tifare per i suoi ragazzi, quelli che al posto de “i scarp del tennis” mettono ora “i scarp del balòn” e al posto che “un bel sogno d’amore” inseguono da tempo un bel sogno sportivo, e non solo…

Giorgia Magni

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