CSI - Centro Sportivo Italiano - Comitato di Milano

Apple Store Google Play Instagram YouTube Facebook
Chi siamo  /   Link utili  /   Fotogallery  /   Contatti e sede

Delpini al mondo dello sport: "Seminare futuro, insieme, per ciascuno"

L'Arcivescovo ha consegnato una lettera aperta ai genitori

Un dialogo quasi familiare, come se i tanti che non hanno voluto mancare all’incontro con l’Arcivescovo fossero davvero seduti al bar dell’oratorio per confrontare le proprie esperienze. Nel Salone Pio XII del Centro pastorale di via Sant’Antonio, questo è stato il dialogo dedicato dal Vescovo al mondo dello sport, e in particolare ai genitori dei ragazzi impegnati in attività sportive (l’anno scorso la serie si era inaugurata con gli allenatori).

Sul palco – non al tavolo dei relatori, ma seduti su poltroncine – oltre all’Arcivescovo ci sono il vicario episcopale, don Mario Antonelli, e don Stefano Guidi, responsabile del Servizio diocesano per l’Oratorio e lo Sport e direttore della Fom, che introduce la serata. Accanto a loro si alternano cinque testimoni, che raccontano le loro vicende oratoriane e sportive davanti a un pubblico attento. Tra gli altri ci sono dirigenti di vertice e di base delle società, il presidente del Csi Milano Massino Achini e il consulente ecclesiastico nazionale dello stesso Csi don Alessio Albertini.
 

Le testimonianze

Leonardo Milano, del Gruppo sportivo Osa di Sesto San Giovanni, dice: «Non si può fare niente senza i genitori, ma a volte rimaniamo un poco delusi, perché ci accorgiamo che sono sempre “figliocentrici”. Possiamo costruire un piano educativo poggiato sui genitori ed esperienze meno effimere?». Gli fa eco il più giovane presidente italiano di società sportiva, Marco Paolini, alla guida dell’Ussa di Rozzano, che si chiede: «Perché il papà di un bambino di sei anni che ha segnato un gol entra in campo e fa l’aereoplanino credendosi un famoso calciatore di serie A? Forse perché manca educazione».

Andrea Agostinelli, allenatore di Kaire a Lurate Caccivio, osserva: «La bellezza, ma anche la difficoltà, è valorizzare la centralità dei ragazzi che ci vengono affidati. Il nostro potere di allenatori è disarmante Se quando alleniamo proponessimo modelli e valori diversi, come sarebbe? Che accortezze dobbiamo avere verso i genitori perché possiamo tutti insieme portare frutto ai giovani?».

Paolo Rossettini arriva da Padova ed è padre di quattro figli: il maggiore è calciatore professionista nel Lecce. «Vengo da un ambiente semplice, dal mondo del Patronato dove è cresciuto Luca, il mio primogenito, che mi ha sempre ringraziato per il mio distacco e per il desidero di far crescere in lui il senso di responsabilità, favorendo la sua passione e quella degli altri suoi due fratelli che pure giocano al pallone. Quando abbiamo iniziato a ricevere le telefonate dai procuratori delle squadre importanti, noi genitori eravamo dubbiosi, ma fortunatamente non eravamo soli: Anche di fronte a tante preoccupazioni, non gli abbiamo tarpato le ali e lui non ha perso per strada una famiglia che si riconosce nella Chiesa. Rimanere cristiani nel professionismo è difficilissimo, ma si può fare e sono fiero che, dall’iniziativa di Luca, sia nata un’attività sportiva in Uganda che coinvolge anche la Federazione».

Infine Giuseppe Terruzzi, padre e nonno, definito uomo di oratorio e formatore per decenni in parrocchia, che pone un interrogativo cruciale: «Lo stile oratoriano deve avere la legge delle tre “A”: accogliere, ascoltare, accompagnare tutti. Perché tanti genitori preferiscono portare i bambini al centro commerciale e non in oratorio?».


L’intervento dell’Arcivescovo

A rispondere, in un’ottica complessiva, sul tema dello sport «che prendo molto sul serio» e della responsabilità di ognuno, è direttamente l’Arcivescovo: «Riguardo alla complessità del rapporto tra genitori, allenatori, educatori, preti impegnati in oratorio, dobbiamo far fiorire la libertà delle persone, anche se oggi vi è l’idea di poterle condizionare per ottenere dei risultati».

Tre le parole-chiave utilizzate per raggiungere questo obiettivo. In primis, «seminare futuro, che significa che l’attenzione sui giovani non si concentri in un tempo ristretto e definito. Per questo siamo sempre fiduciosi, perché non pretendiamo sempre di vedere un risultato. Dobbiamo avere fiducia nel tempo e nelle risorse. Noi vogliamo dare tempo al seme di crescere, seminiamo futuro come atto di fiducia radicale che non si lascia scoraggiare da ciò che si vede nell’immediato».

Come a dire: l’aspetto tecnico o vero e proprio è importante, ma seminare futuro è avere a cuore la persona, senza l’ossessione per il risultato ed esagerare nelle reazioni emotive: «Anche lo sport viene così inserito in una dimensione educativa, dove insegnare ai ragazzi ad avere cura della salute e del proprio corpo. L’educazione fisica è più importante della preparazione fisica. La cura per il lavorare insieme, educando al sacrificio, alla continuità, all’impegno, alla fedeltà, è molto più preziosa della vittoria, perché nessun risultato si consegue da soli».

Da qui la seconda parola, «apparentemente banale, ma molto difficile da mettere in pratica»: «Insieme». «Davanti a una scuola che sembra avere i suoi ritmi, alla famiglia coi suoi stili, come fare alleanza? Occorre che qualcuno prenda l’iniziativa. La comunità cristiana può avere questo ruolo convocando le agenzie educative, avendo fiducia gli uni negli altri, pur nella consapevolezza che la buona volontà è in tutti. Ho l’impressione che tanti genitori, oggi, si sentano inadeguati nei confronti dei figli e, qui, un sostegno importante può venire proprio dal mondo dello sport e della scuola – scandisce l’Arcivescovo -. Ricordiamoci che, nei momenti difficili, l’adolescente ascolta più l’allenatore che chiunque altro».

Terzo termine: «Attenzione a ciascuno». «La squadra è un insieme provvisorio, ma l’allenatore, pur non essendo chiamato a essere un confessore, può ascoltare i ragazzi in quella comunicazione che non è solo fatta delle parole, ma diviene interpretazione del linguaggio relazionale e del corpo. Un linguaggio muto che si coglie solo con uno sguardo di attenzione, appunto, alla persona».

A chiudere la serata è don Antonelli che, a partire anche dalla sua esperienza personale, sottolinea: «Riconoscere un talento e assecondare una passione sono compiti particolarmente delicati. Occorre riconoscere l’ordine delle passioni, in modo che nessuna sia così esasperata da oscurare le altre. Lì vedo la possibilità di arrivare, un giorno, a coltivare la passione stessa per il Signore. Bisogna avere umile coraggio».

Poi, la recita corale della preghiera per l’Oratorio 2020, composta dall’Arcivescovo, la consegna nelle sue mani del cartellone con le iniziative che le componenti della Commissione diocesana per lo Sport mettono a disposizione delle società per promuovere l’attenzione e la formazione verso i genitori, e la distribuzione della Lettera scritta dall’Arcivescovo a tutti i genitori, la seconda dopo quella rivolta nel 2018 agli allenatori.

di Annamaria Braccini

 

LETTERA APERTA DELL'ARCIVESCOVO MARIO DELPINI AI GENITORI

Carissimi,
avete scelto di inserire vostro figlio o vostra figlia in una attività sportiva inserita in una comunità cristiana: vi esprimo gratitudine per la fiducia e per l’attenzione che dedicate alle proposte educative di cui la Chiesa si fa carico anche con le attività sportive e l’impegno per organizzarle.
Qualche volta vi lamentate perché vi tocca dedicare il poco tempo disponibile a “fare il taxista”, qualche volta vi dispiace che l’unico momento libero della domenica sia impegnato per assistere alla gara, “visto che il bambino ci tiene tanto”.
In sostanza, però, siete contenti perché vedete il ragazzo, o la ragazza, così coinvolti in una attività sana, in una pratica sportiva ispirata al buon senso e ai valori che favoriscono lo sviluppo complessivo della persona.
Come sperimentate quando assistete a una gara o a una partita, ci sono i “genitori-spettatori”. Sono lì, ma sono altrove. Non sono interessati a quello che succede in campo: eseguono un dovere, sembrano forzati. Di tanto in tanto alzano la testa per vedere dov’è il figlio, ma per lo più hanno gli occhi fissi al cellulare, ricevono e scambiano messaggi oppure chiacchierano con altri genitori-spettatori e aspettano che la gara sia finita. Non sono di grande aiuto né per i loro figli, né per l’organiz-zazione, né per i dirigenti e gli allenatori. Che si tratti di una organizzazione legata alla comunità cristiana, o di una qualsiasi, non li interessa molto: hanno accontentato il ragazzo. Non riescono neppure a lasciarsi contagiare dall’entusiasmo del giovane atleta trionfatore e neppure dalla tristezza dello sconfitto: “Sono cose da ragazzi, ci sono ben altri problemi nella vita”. Sì, è vero, ma l’indifferenza fa solo male.
Ci sono anche i “genitori-tifosi”. Forse sfogano dagli spalti il nervosismo e le emozioni represse da una settimana; forse proiettano sulle imprese del figlio, o della figlia, il sogno di un successo, l’immagine di un campione, l’aspettativa di una gloria. Gridano con tutta la voce, dicono tutte le parole, anche quelle offensive e volgari, si arrabbiano e si entusiasmano. Sono inclini al litigio: hanno parole aggressive per l’arbitro, per i ragazzi della squadra avversaria, per i loro genitori. Hanno consigli da dare e pretese insensate nei confronti dei dirigenti e degli allenatori: spiegano dove deve essere valorizzato il loro figlio e non vogliono sentire ragioni. Giustificano i suoi errori e vantano le sue qualità immaginarie. Trasformano il campo di gioco in un campo di battaglia. Il lunedì tornano in ufficio come impiegati modello, ma quale è stato il loro contributo educativo?
Ci sono i “genitori-educatori”. Hanno a cuore i loro figli. Non investono i loro figli di aspettative fantastiche e non pretendono da loro compensazioni per le loro frustrazioni. Hanno a cuore i figli e la loro vocazione. Perciò fanno alleanza con tutti coloro che li seguono nelle varie attività. Stabiliscono alleanze con gli insegnanti della scuola, con i catechisti della parrocchia, con gli allena-tori degli sport. Sono convinti che “per educare un bambino ci vuole un villaggio”. Credono che sia la comunità nel suo insieme a far crescere ogni persona, anche il loro figlio o la loro figlia.
I genitori-educatori sanno di non essere perfetti e di non avere ricette per tutto, ma sono ben radicati nei valori essenziali. Perciò anche nella pratica sportiva riconoscono un contributo importante per lo sviluppo fisico, per la disciplina delle energie, l’educazione della volontà, la capacità di stabilire e sviluppare relazioni di collaborazione, di amicizia, di spirito di squadra.
I genitori-educatori hanno “fiuto” e apprezzano i bravi allenatori che curano l’educazione e non esagerano nello stimolare competitività, che sanno incoraggiare i campioni senza esaltarli e sanno dire a un ragazzo i suoi limiti senza umiliarlo.
I genitorieducatori credono che lo sport sia molto importante per un ragazzo e per una ragazza, però sanno che non è tutto: ci sono anche cose più importanti.
Carissimi genitori, ho descritto tre modelli di presenza dei genitori nella pratica sportiva dei figli: è chiaro che si tratta di tre caricature, in cui ho esagerato i difetti ed esaltato le virtù. Ciascuno forse ha in sé un po’ di tutti e tre i “tipi”. Ma lo scopo di questa lettera è quello di esprimere l’auspicio che i genitori siano “genitori-educatori” e trovino nelle attività sportive collegate con la comunità cristiana un aiuto per la loro missione e un contesto sereno, stimolante, divertente e - naturalmente - educativo.
Con ogni benedizione e con ogni buon augurio.


+ Mario Delpini
Arcivescovo di Milano
Milano, 30 settembre 2019

Eventi, Attività, News

Questo sito utilizza i cookies. Continuando la navigazione acconsenti al loro impiego. Clicca qui per maggiori dettagli.

Ok