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La storia vera di Matteo

Matteo ha 12 anni.

É bello cicciottello e a giocare é proprio scarso. Nella sua vita ha già imparato cosa vuol dire sentirsi escluso. Un po’ a prenderlo in giro ci pensano i suoi amici. Quando giocano facendo le squadre a bim bum bam lui é sempre l’ultimo ad essere scelto. E quando gioca finisce sempre dritto in porta anche se non gli piace.

Un po’ a prenderlo in giro ci ha pensato lo sport. A lui “giocare a calcio” piace da morire.

Ma nonostante sia ancora piccolo, di società sportive ne ha cambiate più di una.

Per carità, prenderlo per un anno l’han preso tutte. Nel senso che gli hanno fatto pagare la quota di iscrizione e dato il kit per giocare.

Ma in allenamento e partita Matteo si é subito sentito ultimo. Una sorta di peso che la squadra doveva tirarsi dietro. I bambini sono laureati in psicologia dalla nascita e capiscono subito alcune cose. Dentro Matteo c’era una sofferenza grande che lui non ha mai raccontato a nessuno. Su quel suo splendido “musetto” si intuiva una faccia da “broncio” e zero sorriso ma lui ha sempre detto “sì, sì tutto bene”. Dentro invece soffriva. E soffriva tanto. Per colpa “dello sport “. Meglio di quello sport che pensa che sia importante vincere anche a 12 anni.

Poi tutto é incredibilmente cambiato.

Matteo aveva già deciso che non avrebbe più giocato a calcio (la sua grande passione).

Un suo compagno di squadra riesce a convincerlo. “Dai, non rompere le scatole, vieni a giocare all’ oratorio. Siamo in pochi e non so se riusciremo a fare la squadra “

Bugia a fin di bene. Ma vai a capire i ragazzi. Nella squadra dell’oratorio non erano in pochi. Era un “trucchetto” per tirare in mezzo Matteo.

Lì Matteo si sente subito accolto. L’allenatore gli fa subito capire che lui (Matteo) é importante come persona e che ci tengono molto ad averlo in squadra.

In realtà il mister fa cose semplici. In allenamento gli presta attenzione, lo corregge, lo incoraggia quando sbaglia, gli sorride spesso. Fuori dal campo si appassiona alla sua vita chiedendogli come va a scuola, come va a casa, cosa gli piace fare, usali sono i suoi sogni... In oratorio lo coinvolgono in alcune attività.

Sul “musetto” di Matteo sorrisi a non finire e nessuna traccia di quel broncio fatto di velata tristezza e malinconia.

Matteo si impegna, migliora, prende fiducia... Sa di non essere bravo ma non gli importa nulla.

Il suo mister non gli fa sconti. Lo fa giocare ma non lo fa giocare tantissimo. Matteo è felice lo stesso. Sa (e lo sa perché lo sente) che per il mister e per i suoi compagni lui è importante. Quanto gioca gli interessa relativamente.

Ora per Matteo il calcio é gioia, divertimento, amicizia... Va agli allenamenti con un entusiasmo che si respira standogli accanto.

Tra l’altro Matteo é molto bravo a scuola e a qualche suo compagno che non ha proprio tanta voglia di studiare ha detto: “Ti va se facciamo compiti insieme e magari ti do una mano?”

Storia vera, storia di ordinaria accoglienza.

Il Matteo scarso, cicciottello, “scomodo” é stato accolto (non solo preso a giocare) e valorizzato per i suoi carismi. Ed ora ha sorpreso tutti.

L’accoglienza funziona sempre così. Se allarghi cuore e braccia il resto viene da sè.

Le nostre società sportive devono sempre essere laboratori di accoglienza a campo aperto. Con tutti, ma proprio tutti. È uno dei nostri talenti più belli.

Massimo Achini

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