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Carletto, altamente resistente alla panchina

9 novembre 2021

Carletto è uno di quelli che gioca poco.

Il calcio gli piace da morire. Però non é nato fortunato. Con i piedi é un po’ negato ed é pure un po’ cicciottello. In allenamento si impegna come pochi. Tra i convocati ci finisce quasi sempre. Ma quando arriva il momento della partita… la musica è spesso la stessa: ”abituato a sentire la squadra che parte titolare senza il suo nome e pronto a sedersi in panchina“. Per restare male, ci resta male ogni volta. Capita che se la prenda anche.

Ma poi all’allenamento successivo c’è sempre ed é anche sorridente. Di “mollare“ a Carletto non passa nemmeno per la testa.

Quale è il suo segreto? Come fa a resistere a “tonnellate“ di panchine, quasi una dietro l’altra, senza stufarsi e mandare tutto a quel paese?

Per comprenderlo bisogna entrare dentro l’intimità sportiva“ di Carletto. Bisogna sentire e comprendere frasi che, probabilmente, dalla sua bocca non usciranno mai ma che abitano il suo cuore.

Carletto, gioca poco, ma si sente importante. E come è possibile? Semplice. Ad allenarlo è, da qualche anno, un Mister che si “interessa a lui“. Quando arriva al campo lo saluta sempre; quando manca all’allenamento gli telefona a casa per sapere come mai, come se mancasse il bomber della squadra; spesso il settimana il mister lo chiama per dirgli: Carletto, come è andata oggi a scuola ?” Altre volte la telefonata é per prenderlo un po’ in giro per la sua nuova fidanzatina. Carletto quando vede che sul display del cellulare compare il nome “mister“ diventa tutto orgoglioso e dice tra sè e sè: ”vedi che mi chiama… se lo fa è perché sono importante. Vedi che si interessa a me. Ci tiene“. In allenamento il Mister non dimentica mai un incoraggiamento per Carletto. Parliamoci chiaro, il ragazzo, scarsino è scarsino. Ma appena ne combina una giusta ecco il mister, davanti a tutti: ”Bravo Carletto, ottima palla. Grande complimenti“.

E così Carletto compensa la delusione per giocare poco con la soddisfazione (molto più grande) di sentire che per un adulto (il suo mister) lui è davvero importante. Di questo hanno bisogno i ragazzi nella vita: di trovare adulti significativi, di riferimento, capaci di farli sentire importanti, capaci di credere in loro, capaci di generare fiducia e voglia di migliorarsi .

Certo che invitiamo a far giocare tutti il più possibile. Certo che diciamo con forza che non devono giocare sempre e solo i migliori e i più bravi. Ma pensare che per educare un ragazzo basti metterlo in campo e farlo giocare, è una scorciatoia ed un’illusione educativa. Se fosse così, per esser un buon mister, basterebbe un buon cronometro per farli giocare tutti lo stesso numero di minuti. La realtà è ben diversa. I ragazzi hanno bisogno di molto di più. Per restare hanno bisogno di sentire che loro per il mister sono importanti. E che lo sono davvero a prescindere da quanto giocano e da quanto sono bravi. Per valorizzare un ragazzo esistono mille modi e strategie. Non bisogna per forza metterlo in campo dal primo minuto quando, sportivamente parlando, non è palesemente in grado di reggere il confronto con gli altri. Se Carletto sente che “lui conta“ come persona, il gioco é fatto. Poi si lavorerà per farlo migliorare e per farlo giocare di più. Ma la chiave di tutto è farlo sentire importante e prezioso come ogni altro ragazzo. Meglio, come e di più di quelli bravi bravi.

Il titolo é un po’ provocatorio. Carletto non sarà mai felice di stare in panchina. E sarebbe sbagliato se lo fosse. Ma sarà felice, nonostante le ampie dosi di panchina, di stare in quella squadra, in quel gruppo, con quel mister e si sentirà realizzato e importante perché “lui conta“. Chiaramente ad ogni minima occasione buona bisogna avere il coraggio di metterlo in campo e di dargli spazio. Questo va da sè. Ma ci sembrava importante evidenziare che non é l’equazione automatica: ”gioca quindi si sente importante ed é valorizzato“ quella giusta. I ragazzi hanno bisogno, disperatamente bisogno di sentire la nostra fiducia, il nostro interesse per la loro vita, la nostra attenzione e il nostro sostegno fuori dal campo prima che dentro. Questo rende unica l’esperienza di giocare in una vostra squadra o in una vostra società sportiva. Questo permette di costruire amicizie che durano poi decenni. Questo permette di lasciare segni indelebili positivi nella vita di un ragazzo. Segni costruiti dentro quella magia di esperienza che si chiama campo e spogliatoio e che non é spiegabile a parole.

Abbiamo scritto di Carletto perché, l’altra sera, in un incontro in una società sportiva, abbiamo sentito dire: ”I ragazzi oggi si stufano e mollano subito. Appena, ad esempio, stanno in panchina 2-3 volte iniziano a non venire più agli allenamenti e a lasciare“. Forse sarà vero. O forse no. Forse i ragazzi si arrabbiano se stanno in panchina (giusto) ma se ne vanno e mollano solo quando sentono di non contare nulla e di non esser importanti.

Di Carletto ce ne sono tanti nelle nostre società sportive e magari qualcuno lo conoscete anche voi. Nessuna panchina al mondo potrà togliergli la bellezza di far parte di un gruppo dove lui sente che conta.

Massimo Achini

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