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La vita e il riscatto de "Il terzo tempo"

Una bella storia che regala speranza

Il lungometraggio è l’ennesima testimonianza di quanto lo sport possa giocare un ruolo fondamentale nel recupero di giovani difficili o protagonisti di esperienze sofferte. Il protagonista de “Il terzo tempo” è Samuel (interpretato da Lorenzo Richelmy), un giovane difficile che trascorre parte dell’adolescenza in riformatorio.
Il magistrato decide per il reinserimento nella società mandandolo a lavorare presso un’azienda agricola dove incontra Vincenzo (Stefano Cassetti) un assistente sociale ex campione di rugby che, nel tempo libero, allena la squadra locale. Come è prevedibile il rapporto tra i due nasce e si consolida sul campo fino a trovare un equilibrio che consentirà a entrambi di aprirsi. Ecco, quindi “il terzo tempo”, ovvero quel momento del dopo gara quando, al di là del risultato, le squadre si rendono omaggio. Sarà proprio lo sport a regalare ai due protagonisti il “terzo tempo nel loro rapporto” facilitato dalla forte simpatia che avvicina Samuel a Flavia (Margherita Laterza), figlia di Vincenzo. Tempi duri per il giovane Samuel che dovrà accettare i ritmi di un allenamento vero, con sveglia all’alba e un’ora intera di corsa intorno al terreno di gioco. Quest’ultimo è riconoscibile, si tratta, infatti, del campo del Cocciano dove gioca il Frascati Rugby. Una curiosità: la società ha consentito l’uso della sede e del campo come set cinematografico a patto che i giocatori del Frascati divenissero attori.
“Si sono dimostrati attori bravissimi. Specialmente Valerio Lo Sasso della Lazio - ha affermato il regista Enrico Maria Artale - al quale non a caso ho affidato il ruolo del capitano”. Ecco come l’attore protagonista Lorenzo Richelmy racconta il suo primo approccio con la società: «Stavo osservando, mi si avvicinò un giocatore alto quanto me, ma più grosso. Dopo avermi guardato con espressione sospettosa e aria scettica mi chiese: “Sei tu il ragazzo che deve fare il film sul rubgy? Devi fare molta palestra”».
Da segnalare la bravura del regista Enrico Maria Artale (vincitore di un Nastro d’argento lo scorso anno con “Il respiro dell’arco”) che, per dare maggiore realismo ai momenti di gioco del film, ha voluto come aiuto regista un ex rugbista professionista (Giulio Cupperi).
Dopo il terremoto in Abruzzo del 2009, proprio Enrico Maria Artale realizzò un documentario, “I giganti dell’Aquila”. «Nel rugby, come nella vita, bisogna saper pensare al proprio compito con la consapevolezza che nel frattempo anche gli altri stanno facendo il loro dovere, così che alla fine tutte le individualità confluiscano in un’idea comune», ha spiegato Artale.
Questa è l’essenza del rugby… aggiungiamo noi.                                                       

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