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La più bella gara della mia vita

Le belle notizie in casa Csi

Domenica mattina, 3 maggio, una delle tante negli ultimi 21 anni della mia vita: il rituale della preparazione della borsa, un ultimo sguardo alla designazione che annoti quasi distrattamente come la 1942 in carriera, una gara sulla carta non certo difficile per l’esperienza che hai maturato. E’ un allievi a 7 a due passi da casa, periferia sud-est della città, in uno di quegli oratori nati attorno ai palazzoni del boom economico, insomma nulla che lasci presagire a chissà quali difficoltà. Non è una di quelle partite che preoccupa, dove ci sono state tensioni nella gara di andata, o rivalità storiche e neppure interessi di classifica, quella parla fin troppo chiaro, come diciamo noi è una gara di livello sette, il livello più basso. Poi arrivi al campo, il controllo dei documenti, l’appello e si è pronti per iniziare. Partiti. Dopo 8 minuti il parziale è pesante: la squadra di casa è in vantaggio per 5 a 0, nessun fallo fischiato, poco più che un allenamento. La squadra di casa continua ad attaccare, lo fa con convinzione, spreca numerose palle goal, gli avversari impotenti non riescono a superare neanche il centro del campo, gli unici tiri in porta, quasi sempre abbondantemente fuori, riescono a farli calciando direttamente dopo aver subito un goal.
Si va al riposo sul parziale di 7 a 0. Quando la gara è così semplice, per un arbitro c’è un grande rischio: quello di distrarsi. Il tempo passa lento, quasi a cristallizzare questa indubbia inferiorità tecnica, questa incapacità di contenere un avversario  di caratura superiore. Si riprende, ma la musica non sembra cambiare; la squadra di casa ha il pallone attaccato ai piedi e  non molla, come è giusto sportivamente che sia. Gli spazi sul taccuino dell’arbitro non bastano più siamo a 13 reti, ma c’è un’altra persona in questa storia, uno che non si dà per vinto.
Davanti alla propria panchina il Mister della squadra ospite incita i suoi ragazzi, li rimprovera bonariamente quando serve e continua a ripetere senza alcun cedimento una frase: “non mi importa il risultato, voglio vedere impegno, vi voglio vedere su ogni pallone”… e quel pallone arriva al 18’ del secondo tempo regolamentare alla punta che calcia con precisione e insacca, l’arbitro convalida: 13 a 1.
Festa grande per i ragazzi in campo, il pubblico applaude soprattutto quello avversario, la panchina avversaria applaude, tutti felici.
E l’arbitro? L’arbitro non può, ma lo fa nel suo cuore, perché era entrato in campo come tante volte, ma ne è uscito soddisfatto, gratificato di aver assistito a un miracolo educativo, quello della perseveranza di quel Mister che non ha mollato i suoi ragazzi, che ha preteso da loro diligenza tattica e ordine in campo. Tre fischi: è finita. Tutti sotto la doccia o meglio, di corsa al pranzo della domenica; ma c’è ancora una cosa che l’arbitro si sente di fare, è quello di avvicinare quel Mister per dirgli grazie, un grazie non solo da parte del Responsabile degli Arbitri di Calcio, ma di tutta l’Associazione; quel Mister mi spiegherà poi che i ragazzi fanno parte di un centro diurno di un quartiere disagiato del sud Milano, dove affluiscono giovani con disabilità mentali, ragazzi con difficoltà sociali che nessuna società sportiva vuole perché ci vuole coraggio a portarli in giro, e quando ti va bene porti a casa 10 goal.
Ho avuto il privilegio, in questi ultimi 15 anni, di servire l’Associazione in differenti ruoli dirigenziali. Ho condiviso il progetto associativo con orgoglio e senso di appartenenza. Ecco cosa ha in più la nostra Associazione: riuscire a vedere il bello dove gli altri non lo vedono, scommettere sui perdenti e poi vincere una sfida educativa di grande spessore umano, culturale e, perché no, sportivo. Sulla strada del ritorno prendo il telefono. Non aspetto di arrivare a casa. Le cose belle si raccontano subito: “Laura, per la prima volta in 21 anni sui campi da calcio, mi sono commosso. Non ho dubbi, è stata la più bella gara che io abbia mai arbitrato”.
Riccardo Lombardi
Responsabile Arbitri Calcio

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