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Federica Tognalini... la migliore

Determinazione, passione per il basket e dolcezza incredibile

Nasce a Roma nel 1991. Inizia a giocare a Venezia (Reyer Venezia Mestre Femminile) poi a Bologna (Libertas Basket), a Padova (San Martino di Lupari), a Chieti (Cus Pallacanestro) per approdare in Serie A 1 con con Umbertide e Napoli. Dal gennaio 2015 fa parte del Paddy Power Geas Basket di Sesto San Giovanni  (A2) con cui ha vinto (lo scorso 8 marzo) la Coppa Italia femminile di A2 e il titolo di miglior giocatrice della manifestazione (disputatasi a Rimini all’interno della seconda edizione della Rhythm’n’Basket (RnB). Stiamo parlando di Federica Tognalini, soprannominata “la guerriera romana” che  ha contribuito non poco, insieme a Giulia Arturi, al raggiungimento di un traguardo così importante. Un vero capolavoro quello delle ragazze della società sestese che hanno come ulteriore obiettivo il ritorno alla massima serie. Una squadra affiatata, definita “family team” dal presidente Mario Mazzoleni e dall’allenatrice Cinzia Zanotti. Entrambi hanno espresso grande soddisfazione per l’impresa in Coppa Italia e notevoli aspettative per il futuro. Ma è la figura di Federica Tognalini che ci ha sorpreso e incuriosito. Da una parte una grande carica e voglia di vincere insieme a determinazione e passione per il basket, dall’altra una dolcezza incredibile che traspare e ti conquista non appena hai l’occasione di avvicinarla. Proprio a lei abbiamo rivolto alcune domande.

Cosa si prova a vincere un titolo italiano e ad essere proclamata la “MVP”?
Quello che si prova è un sentimento di assoluta condivisione. Affrontare emotivamente e fisicamente partite così importanti impone di superare le individualità affinchè le energie di tutti confluiscano verso l’obiettivo comune. Per 40 minuti la squadra deve avere la stessa grazia sincrona degli stormi, lo stesso senso di responsabilità reciproca degli scalatori. Quello che ne consegue, sono una manciata di secondi di pura distillata gioia comune.

La sconfitta in campionato alla vigilia della final four… come l’hai gestita?  
La gestione delle partite perse è stata una delle mie piu grandi lotte personali nella formazione come giocatrice: fondamentale diventa capire, assimilare ed acquisire la capacità di “accettare” l’errore, come parte necessaria del gioco. Per gestire il fallimento mi appoggio è ciò che rappresenta una certezza e non vi è certezza maggiore che l’allenamento e il lavoro di preparazione.
Nessuna soddisfazione nella mia carriera è arrivata prescindendo dal duro impegno in palestra e, quando le cose non vanno come vorrei, è laggiù che ritorno nel momento in cui la mia mente è fortemente concentrata.

La tua passione per i basket è davvero grande, dove e quando ha avuto inizio?
La mia passione per il basket ha radici profonde e una certa parte di ereditarietà: i miei genitori si sono sposati il giorno prima di una trasferta del babbo, trasferta che ha costituito di fatto il loro primo viaggio di nozze.
Di conseguenza è un “qualcosa” che mi è sempre appartenuto e basta: una parte di Federica come la massa di capelli ricci e i polpaccioni.
Avvertire fortemente una passione del genere ti illumina e traccia davanti a te una strada dritta. Ti regala una “forma”, un modo di essere che ti indirizza all’interno delle infinite possibilità che la vita offre e che, alle volte, spaventano.

Quanto è importante il gioco di quadra ai fini del risultato?
Il gioco corale è determinante. Questo, ovviamente, non significa che tutte le atlete diano lo stesso contributo all’andamento della partita, soprattutto in termine di punti. Eppure, secondo me, la cosa meravigliosa e davvero educativa della pallacanestro è che c’è spazio per tutti.
La cosa importante è capire che c’è sempre qualcosa di diverso da poter offrire alla squadra, che tu sia nata con più o meno talento.

Il basket femminile ha qualche difficoltà a decollare in Italia, eppure è un bellissimo sport. Quale è il motivo secondo te?
Motivi ce ne sono molti. Primo su tutti una retrograda e generalizzata idea che sia uno sport da maschiacci, che formi fisici mascolini, sgraziati o che non sia adatto alle donne per via dei contatti. In secondo luogo, nel nostro paese vi è uno scarso attaccamento allo sport femminile: problematica in cui noi donne abbiamo certamente le nostre responsabilità in quanto siamo poco solidali. Il risultato è che, la parte maschile della popolazione (quella che non segue solo il calcio) spesso si ferma a uno sterile confronto in termini di atleticità e spettacolarità tra sport maschile e femminile da cui noi usciamo, per ovvie ragioni, perdenti. Di contro, la parte femminile non si interessa affatto o sceglie anch’essa lo sport degli uomini. Le donne non tifano le donne, insomma, ed è un peccato. Abbiamo esempi nel nostro movimento che, per fortuna, vanno contro corrente: città intere profondamente attaccate e orgogliose delle loro realtà sportive femminili, posti come Schio e Ragusa dove i palazzetti la domenica sono pieni per le donne.

Studio e allenamenti. Come fai a conciliare tanti impegni?
Conciliare è stato frutto di grandi fatiche, ma alla fine ho trovato il mio equilibrio. Ho la fortuna di essere approdata in una squadra di studentesse e in una società che crede fortemente nella necessità che le proprie atlete studino, mettendoci nelle migliori condizioni.
Fondamentale è stato decidere di studiare psicologia, una materia di cui sono profondamente appassionata, anche se, al giorno d’oggi, non offre grandissime opportunità lavorative. Questa passione ha fatto in modo che nei momenti di inconciliabilità non abbandonassi mai l’idea di voler studiare e ha reso la curiosità benzina con cui affrontare la stanchezza.

So che alleni una squadra di giovanissime di basket. Come descrivi questa esperienza?
Allenare è un’esperienza che aiuta a crescere sotto un gran numero di punti di vista. La prima cosa con cui mi sono trovata a fare i conti è stata la “buona comunicazione”. Comunicare con le bimbe nella maniera più funzionale senza mai dimenticare la sensibilità è difficilissimo ed essenziale. I bambini sono uno specchio implacabile. Ci si rende conto di quanto il pensiero adulto sia spesso avviluppato e inutilmente complesso: tornare all’essenzialità degli sguardi infantili è un’esperienza che mi migliora come giocatrice, allenatrice e persona.

(intervista a cura di Lucia Teormino)

In alto a sinistra: Federica Tognalini (Paddy Power Geas) riceve dalle mani dell’ex azzurro Claudio Coldebella il premio come migliore giocatrice della manifestazione (MVP Most Valuable Player) dopo aver vinto la Coppa Italia Femminile A2 di basket disputatasi a Rimini l’8 marzo scorso 

Al centro a destra: Le neo campionesse italiane del Paddy Power Geas Basket femminile di Sesto S. Giovanni

In basso a sinistra: La gioia della vittoria

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