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Riflessioni di un allenatore...

Ci scrive un allenatore Csi, Ruggero Cerizza

Ci scrive un allenatore Csi, Ruggero Cerizza, per esprimere alcune considerazioni in merito all’articolo dal titolo “Il gioco del calcio: tra bellezza e follia”) apparso sul nostro inserto lo scorso 3 aprile a firma del direttore tecnico Csi, Guido Pace. (Leggi)
Riflessioni appassionate e condivisibili quelle di Cerizza che ringraziamo e che molto volentieri sottoponiamo alla vostra attenzione.
 

Ho letto con interesse e attenzione l’articolo (o per meglio dire la lettera aperta) apparso sul numero di Newsport del 3 aprile scorso a firma di Guido Pace, direttore tecnico del Csi. Visto che la chiusura  dell’occhiello recitava “un invito a riflettere” metto per iscritto le mie riflessioni sperando possano essere di un qualche interesse. Guido (mi permetto il tu visto che siamo tra uomini di sport) pone l’accento sulla problematica degli atti di violenza e di intolleranza che avvengono sui campi da gioco e che, è inutile negarlo, sta piano piano ingrossandosi. Sono d’accordo con Guido che, a fronte dei fatti da lui citati che sono, grazie a Dio, una minima parte, vi sono 600 dirigenti e 6000 atleti che si divertono giocando ogni fine settimana;  come recita il detto, “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. Quello a cui però dobbiamo prestare la massima attenzione è che, rimanendo sulla metafora botanica, un albero alla volta non venga giù tutta la foresta. Guido pone giustamente l’accento sulla preparazione psicologica che i responsabili di squadra devono avere cura di fornire ai propri giocatori, per far sì che essi non reagiscano a un fallo subito, a un fischio dubbio dell’arbitro, a una sconfitta immeritata.
Tutto giusto, ma sorge spontaneo un dubbio: non è che questo aumento di  “nervosismo” in campo non è altro che il riflesso di una società che sta perdendo molte volte bussola e valori? Non passa giorno che sui giornali non appaiano notizie (lasciando perdere per evitare pericolose iperboli gli omicidi per futili motivi) di aggressioni senza senso: penso ad esempio al famigerato knockout game ovvero (per chi non ne fosse a conoscenza) la “moda” di sferrare un pugno sul viso di un malcapitato scelto a caso così per gioco, mentre gli amici filmano il tutto con i telefonini, o alle discussioni feroci per una precedenza in auto non data o un parcheggio sottratto all’ultimo. Se tutto va bene ci si limita agli insulti, ma se la cosa trascende si passa senza troppo pensare alle vie di fatto. So bene che da Caino in giù la razza umana ha sempre avuto insito l’istinto alla violenza, ma spero sempre che millenni di evoluzione non ci abbiamo regalato solo le innovazioni tecnologiche.
Che fare quindi? Sperare che il campo da gioco sia un’isola felice dove le problematiche di tutti i giorni non possano avere diritto di accesso? Troppo facile e troppo comodo.
Penso che, proprio perché di sport stiamo parlando, si debba inculcare molto fermamente nelle teste di tutti noi (dirigenti, atleti, allenatori, ecc...) la cultura sportiva che prevede come prima cosa il rispetto dell’avversario e del direttore di gara che si traduce immediatamente nella lealtà in campo.
Insomma, l’etica dello sport.
E questo va fatto non a inizio campionato o in casi particolari, deve essere fatto sempre, partendo da noi allenatori che dobbiamo trasmettere questi valori non con delle belle parole, ma con una cosa che costa fatica, ma che porta risultati: l’esempio.
Un’altra prerogativa che dovrebbe caratterizzare un allenatore è la capacità di sdrammatizzare sempre. Una delle frasi che ripeto più spesso in un campionato rivolgendomi ai miei giocatori è “pensa a giocare” e capita quando iniziano discussioni per un fallo non fischiato o fischiato ingiustamente, per un’entrata un po' sopra le righe o quando, dopo una sconfitta, l’atmosfera in spogliatoio sembra quella dopo la disfatta di Caporetto. In questo caso l’esortazione è la seguente: pensiamo a giocare bene la prossima.
Abbiamo la fortuna di poter investire del tempo facendo sport e tramite questo veicolo veder nascere nuove amicizie tra dirigenti o giocatori di altre squadre: non sciupiamo tutto con inutili protagonismi e sterili polemiche.
In chiusura mi permetto di avanzare una piccola richiesta al Csi. Molte volte, parlando con allenatori di altre squadre della mia società o di altri gruppi sportivi che giocano nel mio stesso girone, sento ripetere che “va tutto bene, tranne quando si gioca contro la squadra X” che, guarda caso, è sempre la stessa ed è magari quella che più volte nel corso del campionato si vede citata nei provvedimenti disciplinari.
Sono certo che già il Csi vigila su questi episodi, però mi piacerebbe una maggiore attenzione a questi fatti perché se c’è una “mela bacata” ed è sempre la stessa, il rischio di lasciarla nel medesimo cesto con altre mele è che le intacchi rovinandole tutte. Chiudo citando, e condividendo in pieno,
il pensiero di Guido: “Non abbiamo proprio bisogno, in un mondo pieno di difficoltà e contraddizioni, di aumentare le stesse con il mal di fegato post partita”.
Cordialmente,

Ruggero Cerizza (GS Paina 2004)

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