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La Spes incontra Jacopo Geninazzi

Nell’ambito del progetto #nonsilimitailtalento promosso da FOM e CSI Milano, in collaborazione con Briantea84, società sportiva che ha come obiettivo quello di promuovere e sviluppare lo sport tra i giovani con disabilità, sia fisica che intellettivo-relazionale, La Spes ha incontrato l'8 aprile scorso Jacopo Geninazzi, il capitano della squadra di basket in carrozzina.

L’oratorio, nella sua doppia anima sportiva e della catechesi, può essere un laboratorio di talenti nella misura in cui permette a ciascuno di scoprirsi unico e irripetibile, ecco perché con don Fabio abbiamo pensato di organizzare l’incontro invitando sia i ragazzi delle medie della SPES (tre squadre di calcio ed una di basket) che i ragazzi della catechesi di San Protaso e della Beata Vergine Addolorata.

Cos’è il basket in carrozzina? Ce lo ha spiegato Jacopo Geninazzi, 33 anni, detto Jack. E’ uno degli sport paraolimpici più giocati e seguiti al mondo. Si gioca come a basket tradizionale, con regole analoghe. E’ l’unico sport in cui diverse disabilità competono nello stesso momento, sullo stesso campo. Gli atleti sono classificati con un punteggio che va da 1, in corrispondenza della massima disabilità, salendo di mezzo punto in relazione alla maggiore mobilità fisica. L’insieme dei giocatori non può totalizzare più di 14 punti, per  garantire omogeneità tra le squadre che si fronteggiano.

Jack ha subito l’amputazione di una gamba a causa di una malattia. Ce lo descrive come un piccolo contrattempo: “Avevo 14 anni e voglia di far tornare le cose come prima, avevo una vita davanti e non volevo fermarmi per un piccolo incidente di percorso. Volevo riprendere in mano la mia vita”.

Nel suo racconto, infatti, lo ritroviamo al parchetto con gli amici. Sulla sedia a rotelle li guardava giocare percependo che gli mancasse qualcosa. Credevo si riferisse alla gamba persa da poco e, invece, questo ragazzo mi spiazza ancora: ciò che gli mancava era la competizione.

Accade che un amico di famiglia, osservandolo guardare i suoi amici, gli propone di seguirlo. Jack si fida di lui e si ritrova a giocare a basket in un palazzetto in cui tutti sono disabili. Ma il tentativo non riesce: Jack se ne va poichè tutti sono forti e capaci e lui non si sente all’altezza. Ma il desiderio di farcela prevale sull’insuccesso, così torna al palazzetto: aveva 16 anni e da allora non ne è più uscito.

Una passione nata per caso che lo ha condotto a giocare in nazionale e a disputare la finale per lo scudetto. Ed ecco infatti che arrivano le domande dei ragazzi: come ci si prepara ad una finale del genere? Cos’è per te la squadra? Cosa significa essere un capitano?

“Non ci si prepara in una settimana” risponde Jack. “Ci vogliono impegno e passione. Ciascun atleta è dotato di grande talento, ma da solo non basta: la differenza la fa lo spogliatoio, siamo un grande gruppo: che bellezza nel gruppo! C’è altro oltre allo sport che lega una squadra: tempo, dedizione ma anche sacrificio per raggiungere il comune obiettivo. E il capitano ha il compito di far si che tutti remino insieme, nella stessa direzione avendo in mente di far migliorare il livello di tutti”.

Mi sembra bellissima questa immagine in cui l’obiettivo lo si raggiunge solo se si resta uniti e la forza del capitano non sta nel vincere ma nell’avere sempre lo sguardo su ogni compagno, guardare a ciascuno in modo speciale avendo nel cuore il desiderio di farlo evolvere, di farlo crescere.

Che ricchezza questo passo comune che non lascia indietro nessuno ma, al contrario, abbraccia tutti facendo di questo abbraccio una straordinaria forza motrice.

E mi accorgo che mentre ascolto questo ragazzo sono rapita, dal suo carisma, dalla sua limpidezza e dalla sua forza interiore e la disabilità non so proprio più dove sia se non, forse, nei miei occhi che ancora la stanno cercando.

“Hai mai pensato di mollare” domanda un ragazzo? E un altro: “In un mondo che guarda di più all’aspetto esteriore come hai fatto ad andare avanti?”

Ma ancora una volta Jack ci lancia la sua bomba da 3 punti. “I fallimenti esistono, non vanno messi via né dimenticati. Ma capendo cosa abbiamo sbagliato possiamo correggerci fino a tirar fuori la nostra parte migliore”. E ancora: “Agite, non abbiate paura di un rifiuto, di sbagliare, di far un passaggio a vuoto, perché proprio questi passaggi saranno fondamentali nel vostro cammino”.

La storia di Jack non si è fermata ai limiti oggettivi che la vita gli ha imposto, non si è interrotta con la disabilità, ma, al contrario ha iniziato ad essere riscritta proprio alla luce di questo limite non vivendolo come un ostacolo ma come un’occasione per scoprire la grandezza del talento ricevuto e per provare, ogni giorno, a metterlo a frutto.

Ecco quindi che #nonsilimitailtalento mi fa venire in mente quello che sembra un gioco di parole ma che è invece vita vera, vissuta e testimoniata: proprio attraverso il limite Jack ha scoperto il suo talento. E non si è fermato lì, avrebbe potuto crogiolarsi dietro a legittima stanchezza, fatica e sfortuna per lasciarsi vivere, e seppellire quindi il suo talento e invece no: ogni giorno ha messo in campo passione e impegno.

Pensando a quanto facilmente nella quotidianità ci si abbatta per piccolezze mi è sorta spontanea una domanda forse banale ma che non potevo tacere: “dove trovi ogni giorno la forza per affrontare tutto questo?” e con la semplicità a cui ci ha abituato risponde: “nella mia famiglia e nei miei amici”.

Dentro di me pensavo citasse la fede, la preghiera. Ma un attimo dopo ho capito. Dio c’era. Era lì. L’ho visto con chiarezza: si è preso cura di lui fin dall’inizio mettendogli accanto una famiglia speciale e amici preziosi che sono stati la sua forza e il suo sostegno. Dio gli è stato accanto attraverso i volti delle persone amate. Dio gli ha indicato la strada attraverso quell’angelo che un pomeriggio gli ha detto “voglio farti vedere un posto, seguimi”.  Dio lo ha sostenuto attraverso quegli angeli che sono stati i grandi atleti che gli hanno insegnato a giocare e che, cito testualmente: “mi hanno preso sotto la loro ala protettiva facendomi crescere e migliorare”. Senza tutti questi Angeli e senza quell’affidarsi sereno Jack non avrebbe trovato il suo palazzetto, la sua palla a spicchi, il suo talento e, a tutt’oggi, la voglia di mettere di nuovo in circolo ciò che lui ha ricevuto in dono.

Lasciamo che questa testimonianza vada a segno: siamo tutti chiamati a riflettere sui talenti che il buon Dio ci ha donato (perchè, questo è certo, tutti ne possediamo!), siamo invitati a scoprire che laddove esiste un nostro limite questo non ci determina, se non nella misura in cui ci permette di scorgere una possibilità nuova, una strada diversa che altrimenti non avremmo mai intrapreso, perché come dice il nostro campione: “il mondo spezza tutti ma poi si è più forti proprio nel punto in cui ci si è spezzati”.

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