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FINALE DEI MONDIALI: COSI' SI ROVINA IL CALCIO

20 luglio 2026

A diventare campione del mondo è stata la Spagna. Dopo la finale di domenica, la nazionale spagnola si è laureata campione del mondo per la 2ª volta nella sua storia. Noi vogliamo tornare su quella partita, non per commentare ciò che è accaduto in campo, ma per condividere alcuni pensieri e ragionamenti su quanto avvenuto dietro le quinte.

Lo stadio di New York in cui si è disputata la finale dei Mondiali può ospitare 82.500 spettatori. Eppure, ad assistere alla partita, di gente “normale” ce n’era davvero poca. Forse dalla televisione non si percepiva, ma la realtà era proprio questa: i tifosi “ordinari”, cioè la gente comune di Spagna e Argentina, sono rimasti a casa.

Il motivo? Semplice: il costo dei biglietti per la finale era un’autentica follia.

Qualche esempio? Nella prima fase di vendita, i prezzi ufficiali dei biglietti per la finale partivano da circa 2.030 dollari per la categoria più economica e arrivavano a 6.370 dollari per quella migliore. Cifre già proibitive per moltissimi tifosi. Con l’avvicinarsi della partita, la situazione è ulteriormente peggiorata: sul portale ufficiale di rivendita FIFA e sulle piattaforme di secondary ticketing sono comparsi annunci con prezzi di decine di migliaia di dollari.

È quindi abbastanza evidente che il tifoso medio argentino o spagnolo abbia guardato la finale dal proprio Paese. Probabilmente sarà accaduto lo stesso anche in occasione delle precedenti finali mondiali, ma non è certo un bel segnale. Questo non è un calcio che si avvicina alla gente: è un calcio che si allontana e procede per la propria strada.

In un simile contesto, il tifo vero e genuino rischia di diventare soltanto un lontano ricordo. Gli spalti del MetLife Stadium erano popolati prevalentemente da turisti molto benestanti, rappresentanti degli sponsor multinazionali o dipendenti di aziende che avevano ricevuto i biglietti come benefit commerciali.

C’era poi il mondo dei comitati locali e di chi aveva lavorato gratuitamente in cambio di pacchetti di ingressi omaggio. Persone americane disposte a indossare la maglia di una delle due squadre e a fare da figuranti del tifo pur di ottenere un biglietto gratuito.

A lasciarci di stucco sono state le parole del presidente della FIFA, Gianni Infantino, che, interpellato sul tema, ha dichiarato che bisogna ammirare la ricchezza dell’intrattenimento americano. Ha poi concluso con una battuta infelice, affermando che, se qualcuno avesse acquistato a due milioni di dollari uno dei biglietti proposti sul mercato della rivendita, gli avrebbe portato personalmente un hot dog e una Coca-Cola. Tristezza pura.

Ad alzare la voce è stata la Federazione calcistica spagnola, che ha criticato duramente queste scelte e il fatto che, per i veri tifosi, assistere alla finale allo stadio fosse diventato praticamente impossibile.

Non si poteva fare nulla? Dipende. Lo dimostra la lungimiranza del sindaco di New York, Mamdani, che ha lottato con determinazione per strappare alla FIFA mille biglietti – destinati alle partite dei Mondiali, non alla finale – al prezzo di 50 dollari ciascuno. I tagliandi sono stati riservati alle persone meno abbienti della città e assegnati attraverso una lotteria comunale. Mille biglietti, rispetto agli oltre sei milioni di spettatori complessivamente presenti alle partite, sono quasi nulla. Eppure, quel “nulla” testimonia una sensibilità che apprezziamo molto.

Il calcio deve tornare a camminare sulla strada maestra. Comprendiamo e non vogliamo condannare il business, gli accordi commerciali e tutto ciò che ruota intorno a questo mondo. Ma vogliamo dirlo con chiarezza: «O il calcio torna a essere uno sport popolare, capace di vivere tra la gente, oppure finirà per suicidarsi».

Da questo punto di vista, i Mondiali non hanno offerto buoni esempi da seguire. Abbiamo assistito soltanto all’esasperazione della dimensione commerciale e di tutto ciò che le ruota attorno. Non è questa la strada giusta per il calcio di domani. Prima o poi, sarà lo stesso sistema calcistico a rendersene conto.

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