Calcio: intervista a tre arbitri donna
Chiara, Katia e Silvia: terna nella finale di Open A
Non è un momento semplice per gli arbitri di calcio. Gli episodi di cronaca che raccontano di violenze e aggressioni si moltiplicano, tanto che l’AIA è stata costretta a ricorrere al Ministro Abodi per poter ottenere provvedimenti di tutela.
Il mondo CSI, purtroppo, non è esente da episodi spiacevoli, ma di sicuro è anche un luogo senza discriminazioni interne al gruppo arbitrale o pregiudizi di genere. Oggi ci piace sottolineare il dato piacevole e incoraggiante di una presenza femminile nel nostro comparto arbitri di calcio, sempre più nutrita e in crescita. Nella finale di Open A calcio a 7 femminile, la terna arbitrale era composta da Katia Sbruzzi, Chiara Cenni e Silvia Cosentino. Nel mondo del calcio, piaccia o meno, tre donne arbitro sono ancora una rarità. Ne abbiamo approfittato, allora, per chiedere loro qualche punto di vista su questo.
LE DONNE ARBITRO:
Le prime impressioni sono chiare: «La designazione nella Terna femminile è qualcosa che ci rende sempre molto fiere e orgogliose, soprattutto nell'arbitrare poi altre donne che, come noi, si confrontano ogni giorno con lo stereotipo che il calcio sia uno sport per maschi», racconta Chiara. «A 18 anni ho iniziato ad arbitrare in FIGC, ed è stato molto impegnativo perché eravamo pochissime donne nella sezione e, come sempre, dovevamo dimostrare non solo di essere brave, ma di essere più brave ancora della media per poterci guadagnare l’abilitazione; più brave degli uomini, sempre sotto giudizio», racconta invece Katia. Silvia, invece, spiega: «La cosa che mi dà davvero fastidio sui campi è l’essere giudicata in quanto donna, criticata non tanto per una scelta sbagliata, ma perché quella scelta sbagliata l’ho fatta in quanto donna. Vorrei essere giudicata come direttore di gara e non perché sono una donna. Credo che dai campi CSI possa arrivare un’educazione verso questi aspetti».
LA GRANDE PASSIONE PER IL CALCIO: GIOCATRICI, ALLENATRICI, ARBITRE:
Insomma, un ritratto che più o meno potevamo immaginare. Ma stereotipi o pregiudizi, non fermano di certo l’entusiasmo di Chiara, Silvia e Katia, tutte e tre con la passione per il calcio nata sin dall’adolescenza, un’esperienza da calciatrici alle spalle e, nel caso di Silvia e Katia, anche da allenatrici oltre che da arbitre. «Allenavo squadre che non avevano l’arbitraggio ufficiale e volevo dare un contributo affinché i campionati potessero svolgersi con questo aspetto formale della direzione di gara che rende tutto più ufficiale - racconta Katia- così ho fatto il corso come arbitro di società prima, e poi come arbitro di comitato CSI». Chiara invece, dice di essersi «innamorata del fischietto! Appesi i guantoni al chiodo, volevo rimanere nell'ambiente calcistico e continuare a calcare i campi sotto un'altra veste. Nel 2021, quindi, ho frequentato il corso». L’esperienza di Silvia passa dal calcio giocato al ruolo di allenatrice, per arrivare ad arbitrare «stando dall’altra parte del campo stavolta -dice- cosa che resta bellissima comunque».
VIOLENZA E RECENTI FATTI DI CRONACA:
Dunque, una passione grande, messa al servizio del comitato nonostante le difficoltà a farsi rispettare, comuni a tutto il settore arbitrale in modo trasversale, e maggiori essendo donne in uno sport culturalmente pensato come esclusivamente maschile. Tutte e tre sottolineano come le recenti notizie di violenza sui campi ai danni dei direttori di gara, siano fortunatamente lontane dalla loro esperienza, ma le conosco, le percepiscono e le considerano frutto di un clima culturale sempre più violento in generale: «Gli allenatori dovrebbero insegnare da subito il rispetto verso la figura arbitrale -dice Katia- vedo molta violenza verbale anche nelle categorie preagonistiche, e non è incoraggiante».
Silvia racconta di come gli arbitri donne riescano, per indole, a stemperare alcune tensioni, e riprende il ruolo di responsabilità degli allenatori: «Arbitro da qualche anno e moltissime squadre ormai mi conoscono e apprezzano le mie capacità, ma vedo negli occhi di chi arbitro per la prima volta curiosità e stupore. Sta a noi dimostrare con le nostre qualità umane, tecniche e atletiche, di non aver nulla da invidiare ai nostri colleghi maschi. Spesso, anzi, abbiamo più pazienza e più capacità di dialogo e riusciamo a stemperare meglio delle situazioni critiche o di tensione. È importante poi ricordare sempre ai giocatori e ai mister, ai dirigenti che noi arbitri CSI non siamo professionisti, siamo semplici appassionati proprio come loro e di conseguenza possiamo incappare in un errore o in una giornata storta».
Siamo davvero contenti che il gruppo arbitri calcio conti sulle competenze, indipendentemente dal genere, ma basandosi su esperienza e passione. Ed è bello vedere che proprio questa passione non si fa intimidire da un contesto sportivo, quello del calcio, che nonostante il recente successo del calcio femminile, non riesce a scrollarsi di dosso lo scetticismo quando vede scendere in campo una donna, soprattutto se deve dirigere una gara.







