IL CALCIO RIPARTA DAGLI ORATORI
1 aprile 2026
Dodici anni senza Mondiali sono tanti. Troppi. È il fallimento di un sistema. Siamo passati dall’essere stati il campionato più bello del mondo a essere i “grandi assenti” da tre competizioni mondiali consecutive.
Non vogliamo dare colpe a nessuno. Al contrario, vogliamo fare un’analisi lucida partendo da una domanda: come può ripartire il calcio italiano? Per noi la risposta è chiara e concreta: ripartire dagli oratori.
A dirlo non siamo solo noi. Mondonico e Pizzul lo hanno sempre ripetuto, e oggi gente come Prandelli o Seedorf lo sostengono a più riprese. Il calcio in Italia è nato lì, generazioni e generazioni di italiani sono cresciuti tirando quattro calci a un pallone in oratorio. Così sono cresciute anche generazioni di campioni. Facchetti, Scirea, Zoff, Bergomi, Trapattoni, Albertini — solo per fare qualche nome — sono nati e cresciuti all’ombra del campanile… non è un caso. In quel contesto crescevano giocatori importanti e persone straordinarie, grandi per valori e umanità.
La palestra era quella. In oratorio si giocava a porticine fino a tarda sera; le regole erano semplici: “chi fa l’ultimo gol vince” e la fine arrivava spesso da qualche mamma furiosa che diceva: “Vieni a casa che è pronta la cena”. Si giocava per divertirsi e tutto era immediato e naturale. Poi il calcio ha preso un’altra strada, ha esasperato la dimensione del successo, dei soldi, del business sfrenato. Ha generato un modello di giocatore fatto di “modelle e macchine di lusso”. Ha proseguito su questa strada, perdendo quella dimensione popolare e riducendo divertimento e passione a elementi secondari.
Sono nate migliaia di scuole calcio che spesso (non sempre: alcune sono realtà meravigliose) finiscono per essere laboratori in miniatura del calcio dei grandi. Una cosa è certa: andare avanti così non ha senso. Serve rinnovare il mondo del calcio. Ripartire dagli oratori non risolverà tutti i problemi, ma può portare un valore aggiunto importante. Che cosa significa in concreto?
Lo sport in oratorio vive una stagione di grande successo. A Milano si è raggiunto il record storico di squadre iscritte (2650) dal 1944 a oggi. Dunque, non si tratta di ripartire dagli oratori perché sono in crisi. È esattamente il contrario.
Proprio perché lo sport — calcio compreso — in oratorio oggi funziona molto bene, si tratta di riconnettere questo modello al sistema calcio. Serve un cambiamento culturale, per non considerare più il calcio in oratorio come qualcosa di marginale e riconoscerlo per ciò che è: una risorsa enorme per il movimento calcistico italiano. Una risorsa da promuovere, valorizzare, custodire e sostenere.
Per farlo servono dirigenti illuminati, e ce ne sono. Serve una grande alleanza strategica CSI-FIGC, capace di superare strumenti vecchi e obsoleti come le “convenzioni” e di costruire tavoli di lavoro congiunto per il bene dei ragazzi, delle ragazze e del calcio italiano.
A far male non è la sconfitta ai rigori con la Bosnia. È il fallimento di un sistema che deve ritrovare sé stesso. Deve ritrovare semplicità, sorrisi, divertimento, gioia. Non si tratta di tornare al passato, ma di costruire il futuro, avendo già in casa un modello — lo sport in oratorio — che tutta Europa ci invidia.







